Lorenzo ciabini

Lorenzo Ciabini

Le emozioni dell'attivismo

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L’ultima manciata di anni ha visto l’arrivo di una crescente espressione del disagio conseguente alla consapevolezza dei cambiamenti climatici. Gruppi di persone manifestano intolleranza per le notizie attorno alle condizioni ambientali del nostro pianeta, post sui social network, video dedicati, articoli giornalistici, partiti politici con programmi basati su ideali di protezione ambientale, movimenti di attivismo e protesta sociale per la sensibilizzazione all’ambiente. Chiediamoci senza giudizio: “che cosa ribolle in pentola oggi?”

E’ vero che le prime iniziative volte alla sensibilizzazione del tema risalgono agli anni ‘80, ma ottengono un maggior riscontro globale tra la fine degli anni ‘90 e il 2000, dove si vedono formali prese di posizione, ad esempio con il protocollo di Kyoto, oppure a livello popolare ha successo il documentario di Al Gore “Una scomoda verità”. Eppure nemmeno negli ultimi 10 anni le emozioni legate al cambiamento climatico si espandono e evolvono in variegate forme di manifestazione. Tra queste ci sono atti simbolici di singoli, oppure forme di protesta organizzata, promossa da istituzioni nazionali con cortei, flash mob, oppure agita anche da gruppi più popolari con forme di opposizione non violenta. Nell’attualità più recente, le più eclatanti che riscuotono ampio successo mediatico nei canali giornalistici, sui social network, nei talk show serali sono proprio quelle forme che coinvolgono azioni come il blocco stradale, l’imbratto di opere d’arte e monumenti. Soprattutto quest’ultimo è un tema molto caldo a livello dell’opinione pubblica, ha sollevato dibattiti accesi, portando l’attenzione non tanto nel merito della protesta ma nel metodo di comunicazione.

La protesta sociale è quella forma di espressione di un’emotività sottostante trasversale alla storia dell’umanità e in questo particolare periodo storico l’emotività legata al cambiamento climatico trova i suoi episodi di sfogo. Un articolo del 2022 (Jain and Jain, 2022) ha riportato che circa il 70% delle persone negli stati uniti dichiari si sentirsi preoccupato per i cambiamenti climatici, e oltre il 50% si sente impotente rispetto a quello che sta succedendo. Sempre dallo stesso articolo scientifico emerge che il 57% di bambini e giovani adulti inglesi sentano una forma di disagio quando si parla di cambiamento climatico. Ebbene la realtà popolare, soprattutto giovanile, sta ricevendo l’impatto emotivo delle notizie di quello che sta accadendo vicino e lontani da loro, con il potenziale scenario, in parte già attuale, che il mondo, la natura e la propria vita cambi seguendo una pericolosa china negativa.

L’ansia, la paura, la preoccupazione della popolazione orientano verso la ricerca di una messa in sicurezza della situazione instabile, che vengano messe in atto delle manovre o degli interventi affinché si possa prevenire quanto più possibile. La stessa popolazione però non vede una corrispondenza nelle intenzioni delle istituzioni, anzi può vedervi un ostacolo in opposizione, una conservazione dello status quo. In queste circostanze, tanto più è sentita il valore della questione, tanto più si innescano stati rabbia e aggressività rivolta a una classe dirigente. Quelle persone che vediamo poi coinvolte in azioni di protesta, in tutte le sue forme, sono mosse da vari sentimenti tra cui quello di rabbia a rimuovere quegli ostacoli ideologici e pratici di un sistema sociale rodato su una cultura precedente. E così è stato per tutte le forme di protesta sociale, come nel ‘900 il suffragio universale e i movimenti del sessantotto.

L’attivismo ambientale è mosso dalla rabbia, declinata nelle varie sfumature che ogni soggetto può sperimentare, ed è diretta a rimuovere gli ostacoli verso un fine, un bisogno, che è collettivo, ovvero preservare la stabilità dell’ambiente. I vissuti emotivi di coloro che manifestano per il sostentamento dell’ambiente, ma anche di chi, più silenziosamente agisce, cercando di modificare i propri comportamenti, gestendo i propri consumi, cambiare abitudini alimentari o che altro, hanno una varietà oltre alla rabbia. Come si è già citato, si può sperimentare l’ansia per un futuro potenzialmente catastrofico, talvolta anche la colpa, legata a un senso di responsabilità delle proprie azioni sui danni ambientali. In alcuni casi le persone possono raccontare un senso di impotenza e abbattimento pervasivo, che può coinvolgere anche le restanti aree di vita. Si unisce anche un senso di perdita di speranza per il futuro del pianeta, magari proprio dopo ripetuti tentativi di manifestare e sensibilizzare istituzioni e popolazione. L’emotività di chi si sente vicino ai temi ambientali può essere particolarmente spiacevole, proprio per la vastità del carico.

Sono quindi molte le emozioni e i vissuti di chi si interroga sull’ambiente, la possibilità di poter condividere i propri obiettivi con gli altri regola e alleggerisce questi vissuti. Riunirsi, informarsi, condividere come accade in occasioni globali come la COP, oppure durante cortei di manifestanti, permette di rinnovare un senso di speranza nelle proprie azioni e quindi sul futuro, speranza di un cambiamento più sostenibile.

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