#IORESTOACASA … LA PAROLA ALLA PSICOLOGA!

Abbiamo chiesto a Elena Faini, Psicologa e Psicoterapeuta, Responsabile Area Psicologica Welfood, di aiutarci a orientare le nostre emozioni e i nostri comportamenti in
questo periodo di quarantena.

Siamo di fronte a un passaggio che alcuni definiscono epocale. In che modo l’emergenza coronavirus ridefinisce i bisogni psicologici delle persone?

I bisogni psicologici negli individui sono sempre gli stessi: bisogno di sopravvivenza, di sicurezza, di stima e di realizzazione di sé. A seconda delle circostanze individuali e sociali prevalgono alcuni sugli altri. Certamente la situazione che stiamo attraversando ha messo seriamente in discussione non solo le priorità dei singoli ma dell’intera comunità. Il bisogno di sopravvivenza e di sicurezza oggi prevalgono sugli altri e divengono occasione per so-stare e riscoprire il valore di ciò che solitamente diamo per scontato. In primis la possibilità di essere vivi per noi e per i nostri cari, di poter sopravvivere ad un fenomeno incontrollabile e non rappresentabile nella nostra coscienza come fenomeno finito e quindi conoscibile e prevedibile fino in fondo. Ci sentiamo attaccati da qualcosa di invisibile che si insinua rendendoci vulnerabili. Quando la sopravvivenza personale e collettiva è messa a rischio da fenomeni come questi, anche il bisogno di sicurezza diviene prioritario. Solitamente esso trova soddisfazione nell’esperienza di sentirsi protetti, tutelati, con una solida base sicura da cui partire per andare a trovare soddisfazione di sé nel mondo. Oggi invece abbiamo necessità di sentire che la nostra base sicura è qualcosa e/o qualcuno in cui/con cui stare. Non basta riempire i frigoriferi per stare tranquilli e neppure gli armadietti dei farmaci nel bagno di casa. Abbiamo bisogno di sentirci solidi e di sentire la solidità degli altri per imparare a stare in questa sfida epocale dando nuovi significati alla nostra esistenza. Dal punto di vista psicologico è una buona occasione per riscoprire e dare il giusto peso ai nostri affetti e alle nostre dimensioni esistenziali, spesso trascurate per stare al passo con una vita che ci stritola nel fare. Svilupperemo solidità e quindi sicurezza se sapremo passare dalla dittatura di Chrònos, il tempo cronologico, a quello di Kairòs, il tempo in cui cercare nuovi significati, nuove consapevolezze, nuove direzioni.

La concomitanza tra smartworking, chiusura delle scuole e permanenza in casa degli anziani, in molte famiglie crea uno scenario inedito; in che modo secondo te questa situazione ridefinisce il concetto di benessere famigliare?

Spesso si associa all’idea di benessere quella del tempo da utilizzare per sé (aperitivi, sport, amici, tempo libero) e di frequente l’impegno famigliare con i propri figli o genitori anziani viene percepito come sottrazione al tempo per sé, più nell’accezione della fatica, del sentirsi schiacciati nel dovere di esserci per l’altro. La situazione attuale comporta la dissoluzione degli spazi, del tempo e delle routine, porta ad un sovraffollamento dei bisogni individuali, forza i confini e i limiti personali rendendo necessario il confronto e una buona capacità di gestire i conflitti che inevitabilmente aumenteranno. Al contempo rappresenta un’opportunità per ridefinire il concetto di benessere famigliare attraverso l’esperienza dello stare bene insieme. Ma come si può stare bene insieme? E’ necessario che ciascuno si senta capace di esprimere con assertività i propri bisogni (che non sono diritti!), di richiederne attenzione e soddisfazione e al contempo essere capaci di prestare ascolto e dare rispetto alle necessità e ai bisogni degli altri componenti della famiglia. E’ un’occasione per rivedere le proprie modalità di comunicazione personali e lo stile comunicativo famigliare. Questo comporta, per esempio, non cadere nelle barriere della comunicazione che di frequente avvelenano e appesantiscono i rapporti facendoci desiderare di non esserci. Siamo in grado di chiedere per favore senza strillare o esigere? Sappiamo rispettare i modi e i tempi dell’altro senza svalutarlo, umiliarlo, deriderlo? Siamo capaci di abbandonare l’idea che come noi facciamo, pensiamo, organizziamo, gestiamo sia l’unico modo giusto e che tutti debbano adeguarsi? Abbiamo curiosità verso le soluzioni, idee, pensieri, vissuti dei nostri famigliari? Siamo rispettosi dei tempi e degli spazi di ciascun componente della famiglia? Questa vicinanza forzata chiede a tutti di divenire solidali e creativi ed è fondamentale co-costruire nuove regole famigliari e modalità di stare insieme che potenzino il desiderio di stare-con-l’altro, riconosciuto come risorsa e non come limite o intralcio alla propria libertà.

È come se questa situazione ci costringesse anche a potenziare nuove modalità e nuove strategie per fronteggiare lo stress? Cosa puoi dirci in proposito?

In generale lo stress rappresenta la pressione che alcuni eventi fisici e/o psicologici esercitano sull’organismo determinando dapprima una reazione di allarme e quindi di adattamento. La situazione di oggi, data non solo la sua gravità ma anche il suo prolungarsi entro un tempo indefinito, richiede di mettere in campo diverse strategie di adattamento per rendere l’inevitabile stress un’esperienza di eu-stress. Come la nostra mente può essere positivamente e creativamente messa alla prova? Si tratta di uno spazio e di un tempo condivisi da ridefinire, in alcuni casi da co-costruire cercando di ben delineare e comprendere i bisogni di tutte le persone unite dalla quarantena. Oltre al confronto e al dialogo diventa ancora più importante la consapevolezza: monitorarsi per ascoltarsi nella dinamicità emotiva della giornata per poter comunicare con congruenza anche a chi sta intorno a noi cosa viviamo momento per momento. Come fare nella pratica oggi? E’ necessario adottare delle strategie che favoriscano il mantenimento dell’ordine, della struttura senza divenire però iper rigidi: mantenere i cicli del sonno e della veglia regolari, ridurre il consumo di alcol, mangiare cibi sani in modo regolare, mantenere il più possibile le abitudini (sport, letture, televisione, contatti con gli amici, tempo con i famigliari, tempo per il lavoro) adattandole in modo realistico allo spazio di casa. Può essere utile farsi dei programmi giornalieri decidendo quanto tempo dedicare a ciascuna attività per mantenere le redini in mano, senza cadere nel rischio dell’apatia, del tempo che scorre improduttivo o nell’iperproduttività che ci allontana dal nostro sentire. E’ fondamentale mantenere su noi stessi e sugli altri delle aspettative realistiche evitando di renderci e rendere i nostri famigliari bersagli delle nostre frustrazioni imparando ad esplicitare con responsabilità i nostri bisogni. La sfida più grande sarà quella di non demoralizzarci perché il tempo delle restrizioni sarà lungo a tutti gli effetti. E’ molto importante stare nel presente, fare un passo alla volta, vivere momento per momento scegliendo in ogni istante come dare senso alla nostra esistenza. Può essere molto utile avere un diario in cui raccogliere pensieri, emozioni, immagini che di giorno in giorno rappresentano i nostri vissuti. Se abbiamo bambini può essere un utile strumento da compilare insieme imparando a dare voce ai vissuti di ciascuno. Per chi è più avvezzo è molto importante nominare tutte le emozioni ed aiutare i propri famigliari (soprattutto i bambini) a farlo. Rabbia, paura, preoccupazione, tristezza nostri e dei nostri figli se nominati possono essere legittimati e scorrere anziché intasarci i pensieri o appesantirci il cuore. Per evitare che lo stress ci sovrasti è anche opportuno ridurre l’esposizione mediatica eccessiva ed evitare di leggere continuamente notizie sulla conta dei contagi. E’ moto importante soprattutto proteggere i bambini che non hanno ancora strutture cognitive in grado di aiutarli a metabolizzare la portata emotiva di ciò che sentono e che è intriso di angoscia di morte e di timore per il futuro. Dobbiamo quindi esercitare la nostra tenuta mentale e riusciremo a farlo se il nostro cuore (ovvero la nostra consapevolezza e la nostra capacità di stare) sosterrà i nervi e il cervello.

Cambiano anche le nostre identità professionali, il nostro rapporto spazio-temporale con il lavoro e non solo quello; più profondamente a essere ridefinito è l’equilibrio tra lavoro e aspettative verso il futuro. Quali scenari vedi in questa direzione?

La realtà si è trasformata improvvisamente e noi siamo impreparati nel senso che non abbiamo esperienza né memoria che possano venirci in aiuto. E’ necessario rivalutare alcuni parametri rispetto a dimensioni fondamentali dell’esistenza: la vicinanza e la distanza, la collettività e l’individualità, ciò che è protettivo e ciò che espone al pericolo, la nostra forza reale e la nostra vulnerabilità. Tutti i momenti di crisi portano con sé la possibilità di un cambiamento a vari livelli, anche delle identità professionali. Molti di noi stanno sperimentando una modalità di declinare la propria professionalità mai immaginata prima. Penso soprattutto a chi svolge la propria professione in contesti scolastici, sportivi, nel mondo dei servizi alle persone. Tutto avviene online. Per chi riesce, per chi può. Molti altri invece sono del tutto impossibilitati nell’esercitare la loro consueta attività lavorativa, penso ai piccoli artigiani, ai negozianti, a chi lavora in alcuni settori particolarmente colpiti come per esempio il turismo. All’inizio di questa pandemia ciò che le persone immaginavano per il futuro imminente era abitato da un senso di disorientamento e di incertezza: prevaleva la paura ed il dubbio. Ben presto ciò che fino a poco tempo fa era impensabile è divenuto possibile. La necessità e la creatività hanno riconvertito molte attività rendendole fruibili online, anche in settori impensabili. Tutti noi stiamo usufruendo di lezioni di fitness, di yoga, di sedute psicologiche, di lezioni di musica, di consulenze legali attraverso modalità impensabili fino a poco tempo fa. Indubbiamente questa esperienza sta cambiando il rapporto spazio-temporale con il mondo del lavoro, molti si stanno attivando coltivando risposte maggiormente efficaci ed adattive per rispondere alla situazione: progetti di formazione per una personale riconfigurazione lavorativa più tecnologica ed innovativa. Questi investimenti vengono effettuati nell’aspettativa di un miglior bilanciamento vita/lavoro non più atteso ma richiesto. Quando questa situazione di emergenza sarà terminata saremo chiamati a chiederci cosa abbiamo imparato ed è’ possibile che prevalga una richiesta più chiara, ferma ed esplicita da parte dei lavoratori di “altro” dal lavoro e quindi di un altro tipo di equilibrio. Ma penso che le identità professionali potranno realmente modificarsi se cambieranno i valori e le priorità non solo individuali ma collettive e se le istituzioni preposte saranno in grado di rendersi interpreti di queste nuove necessità di ridefinizione.

Parliamo delle professioni d’aiuto: medici, infermieri ma anche operatori delle pulizie e più in generale tutti coloro che in questo periodo sono sottoposti a un grande sforzo. Esiste secondo te un rischio burnout? Come ci si può proteggere?

Il rischio è molto concreto per tutte le figure in prima linea ma non solo legato al loro essere appunto in prima linea. In molti si tengono forzatamente separati dai figli e dai famigliari da decine di giorni. Il lavoro del personale sanitario di altri reparti non coinvolti direttamente dai contagi vive in uno stato di emergenza costante per via della riconfigurazione di molti reparti, furti negli armadietti durante i turni di lavoro, continue richieste urgenti, turni allungati senza prevedibilità, insomma tutte le condizioni per poter sviluppare effetti da stress da lungo periodo ed anche burnout. Ci aspettiamo che il personale sanitario e tutti coloro che avranno avuto esperienza diretta all’interno delle organizzazioni sanitarie presenteranno inevitabili sintomi post traumatici (irritabilità, insonnia, apatia, depressione) quando l’emergenza sarà superata. Ci si può proteggere? In questo momento sono state attivate diverse risorse interne agli ospedali o esterne per chiedere aiuto a personale specializzato. Cercare il confronto e la solidarietà tra colleghi, condividere parole ed emozioni, concedersi dei momenti di stop sono i possibili strumenti cautelativi. Ma, come ci ha insegnato Viktor Frankl, psichiatra sopravvissuto all’esperienza dei campi di concentramento, l’azione più protettiva per la salute mentale è quella di chiedersi continuamente chi siamo, cosa proviamo tentando di dare significato e apprendimento a tutte le nostre esperienze.
“Che cos’è, dunque l’uomo? Noi l’abbiamo conosciuto come forse nessun’altra generazione precedente; l’abbiamo conosciuto, in un luogo dove veniva perduto tutto ciò che si possedeva: denaro, potere, fama, felicità; un luogo dove restava non ciò che l’uomo può “avere”, ma ciò che l’uomo deve “essere”; un luogo dove restava unicamente l’uomo nella sua essenza, consumato dal dolore e purificato dalla sofferenza. Cos’è, dunque, l’uomo? Domandiamocelo ancora. È un essere che decide sempre ciò che è.”

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